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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 17:49:59 +0000</pubDate>
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									«Mi chiamo Catherine Hervais, sono una psicoterapeuta e la bulimia la conosco fin troppo bene. Ne ho sofferto per quindici anni, l’ho vissuta fino alla nausea, e non solo in senso figurato. Ho visto una marea di medici, nutrizionisti, psichiatri, senza mai osare rivelare che vivevo per mangiare, mangiavo per vomitare, e vomitavo per tornare a mangiare. All’epoca identificavo la bulimia come il problema principale, mentre dalla più tenera età avevo guardato il mondo con occhi spaventati, sentendomi una marziana».

Oggi la Hervais ci spiega che il problema risale alla primissima infanzia, quando si dovrebbe esplorare la relazione con l’altro e per qualche ragione qualcuno non ci riesce, avendone avuto, invece, paura. La bulimia-anoressia è vista qui non come un disturbo del comportamento alimentare, bensì come il sintomo di coloro che non sono in contatto con le loro radici; come la tossicomania, l’alcolismo e tutte le patologie legate all’azione, è un tentativo di gestire le proprie paure: ha un potere tranquillizzante&#8230; ed è utile per bloccare l’accesso alle proprie emozioni fintanto che l’espressione emotiva resta ingestibile.

«Ma l’inconscio è atemporale, ed è pieno di risorse: in un contesto nuovo, con nuove situazioni, a qualunque età una persona può intraprendere il percorso di maturazione psichica che non è potuto avvenire all’inizio della vita», e la Hervais conduce i cibodipendenti a sperimentare un contatto completo, senza bisogno di materializzarlo attraverso il tatto, passando dalla comunicazione verbale e non.

«Perché sono stata una “tossica” del cibo, una cibodipendente, ho voluto capire. E alla fine ho capito. Meglio, <strong>ne sono uscita</strong>».								</div>
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